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Le produzioni biologiche derivano da un'efficace gestione delle risorse ambientali che si basa su quelli che sono i normali processi naturali, invece di contrapporsi ad essi: in questo modo si ottengono alimenti privi di residui tossici e ad alto valore nutritivo. Tuttavia questo "ritorno alla natura" non va interpretato come un ritorno al passato che implica una rinuncia alla tecnologia e all'elevato grado di meccanizzazione che sono stati raggiunti nel settore agro-zootecnico: si tratta invece di avvalersi di tecniche spesso molto sofisticate che consentono di ottenere buone produzioni pur salvaguardando la salute dell'uomo, non recando danni all'ambiente e assicurando un certo benessere agli animali. I metodi di coltivazione e di allevamento biologici sono finalizzati ad una produzione di qualità piuttosto che a massimizzare la produzione stessa, e per questo motivo le derrate alimentari così ottenute hanno un elevato valore di mercato. Oggi del resto stiamo assistendo ad un cambio di tendenza da parte dei consumatori, che infatti richiedono una maggiore sicurezza dei generi alimentari e dimostrano una più marcata sensibilità verso i temi relativi alla tutela dell'ambiente e al benessere degli animali. Ciò spiega la preferenza per i prodotti agricoli ottenuti con metodi di coltivazione biodinamici e, di conseguenza, per le produzioni animali che contribuiscono ad estendere la gamma dei prodotti biologici. Appare infatti evidente come la presenza della zootecnia nelle aziende biologiche sia un fattore fondamentale per l'organizzazione della produzione agricola, in quanto fornisce le materie organiche e gli elementi nutritivi indispensabili per la fertilizzazione naturale dei terreni, e lo stesso Regolamento Comunitario 1804/99 che regola i metodi di produzione biologica, riporta tra i suoi principi generali che l'allevamento deve necessariamente essere una produzione legata alla terra. Da un lato quindi le produzioni animali devono contribuire all'equilibrio dei sistemi di produzione agricola migliorando la sostanza organica del suolo, e dall'altro le produzioni vegetali biologiche dell'azienda stessa o di altre unità devono costituire almeno il 90% della razione degli erbivori (e a partire dal 24 agosto 2005 saranno il 100%). Il Regolamento Comunitario 1804/99 fissa inoltre la densità massima degli animali in un allevamento biologico in relazione alla possibilità di spargere le deiezioni senza causare danni all'ambiente: non si possono superare i 170 kg di azoto per ettaro l'anno. I limiti di densità del bestiame assicurano anche il benessere degli animali, che in un allevamento biologico devono potersi muovere liberamente, sdraiarsi, girarsi, pulirsi, e devono avere accesso ai pascoli ogni volta che le condizioni climatiche lo consentono. L'alimentazione degli animali deve consistere di erba, foraggi e mangimi ottenuti con metodi di produzione biologici e non è consentito l'uso di sostanze destinate a stimolare la crescita o a modificare i naturali cicli riproduttivi, così come non si possono impiegare in forma preventiva medicinali ottenuti per sintesi chimica. L'agricoltura e la zootecnia, che negli ultimi 50 anni hanno puntato esclusivamente sull'industrializzazione, intensificando le tecniche produttive e utilizzando pesticidi, fertilizzanti ed altre sostanze chimiche che hanno creato gravi danni all'ecologia, hanno ora la possibilità di investire nel biologico, il cui ruolo sta diventando sempre meno marginale nel mercato dei generi alimentari. Le aziende biologiche possono anche costituire un punto di forza e offrire posti di lavoro per le aree più disagiate, contrapponendo la qualità riconosciuta dei prodotti agricoli ottenuti senza sostanze chimiche e dei prodotti animali privi di residui nocivi ai costi sicuramente più contenuti dei prodotti tradizionali. |
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Paola Bertinetti
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